lettera diretta a Francesca Eugenia Busdraghi
Reputandomi una persona con uno spiccato senso di autocrita, e sapendo che la mia indole mi porta a commettere errori comportamentali, pur conoscendo le mie ragioni e le motivazioni che mi spingono ad alcuni atteggiamenti, non posso fare a meno di ricercare un colloquio, seppure virtuale, con te.
Sono convinta di non essere transfobica, e tantomeno omofobica, viste anche le mie esperienze di vita quotidiana, ma sono anche convinta di avere dei problemi nel rapportarmi e nell'accettare tutto.
Cercherò, con questa pseudo-lettera, di raccontare a chi non ha assistito, dal mio punto di vista, ciò che io ho vissuto l'altra sera, poi, se mai tu passassi di qui, potrai liberamente rispondermi.
Il tutto mi è necessario per liberarmi di ciò che ho dentro e, dato che ho elaborato tutto l'accaduto, assolvendomi, per comunicartelo.
Mio figlio, che come tutti sanno, soprattutto chi ha letto queste poche pagine di outing, è gay dichiarato, dalla nascita, ha avuto modo di conoscerti, ormai da anni, perchè sei il papà di una sua amica. Ha chiesto, all'inizio della tua avventura, di intervenire in tuo favore per aiutarti nel lavoro, nel riappropriarti di una tua vita sociale, ci ha parlato spesso di te.
In qualche modo la famiglia si è fatta carico anche dei tuoi problemi, ti ha seguita da lontano, in qualche occasione ti ha ammirata e socialmente appoggiata.
Tu hai poi intrapreso una strada pubblica, probabilmente non è stato necessario nessun nostro intervento, perchè la tua determinazione è stata molto più forte degli ostacoli del pregiudizio sociale.
Quanto sopra è la mia arringa difensiva, giusto per farti capire quanto poco pregiudizio io abbia, anche se, non nascondo, che qualche problema mentale io lo abbia, soprattutto quando sottovoce mi dico: "siamo tutti uguali... ma perchè proprio a me doveva succedere questo?". Ma lo dico proprio sottovoce... perchè mi vergogno di pensarlo.
Il mio atteggiamento nei tuoi confronti, dunque, non è stato dettato da ciò che tu sei, ma da come sei, da come ti insinui nel cervello, da come promuovi la tua causa, dalla rabbia con la quale esponi i tuoi fatti, da come ti imponi.
Non so se scrivendo riuscirò a dire ciò che a voce mi riesce meglio, stranamente perchè non sono una grande oratrice.
Al di là di quello che tu sei o sei diventata, quello che mi disturba è il tuo presenzialismo.
Ad ogni raduno di questa allegra compagnia di ragazzi, tra i quali c'è mio figlio e c'è tua figlia, ci sei sempre tu. Onnipresente, contenta di esserci. Noi genitori non ci siamo mai, tu sì. Arrivi, ti accomodi, vivi con loro, mostri loro i tuoi progressivi cambiamenti, racconti le tue peripezie, i tuoi dolori, le tue gioie.
Festa di 18 anni di mio figlio, solo ragazzi ovviamente, noi siamo andati per fare un mero servizio di trasporto e di supervisione, convinti di andar via dopo 10 minuti e di tornare al taglio della torta. Tu eri già lì, intenzionata a rimanerci. Allora siamo rimasti anche noi, anche per farti compagnia.
Ci siamo seduti noi tre in disparte ed abbiamo cominciato a chiacchierare, tra un piatto e l'altro. Tutto bene se avessimo parlato del più e del meno. Ma non è stato così. Tu per le due ore che siamo rimasti insieme, abbiamo parlato, anzi hai parlato, di te, dei tuoi problemi, dei farmaci che assumi, di quanto sia difficile la tua vita, di come hai dovuto reinventarti socialmente, ecc. ecc. Ok... capisco la tua necessità di "affermarti" agli occhi di tutti ma non la condivido. Capisco le tue difficoltà, ma non condivido il modo di sbandierarle al mondo.
Nessun problema avrei avuto se dopo i primi convenevoli avessimo parlato del più e del meno, della situazione politica ed economica italiana, del viola che va tanto di moda, dell'ultima canzone di eros ramazzotti, ma così non è stato.
Ho avuto l'impressione di avere davanti un simil-testimonedigeova che perorava la sua causa e che cercava di convincermi, nonchè di convincersi, che tutto era giusto.
L'apostolato non mi piace, in nessuna direzione. Chi tenta con la forza di convincermi, non mi piace. Non mi piace il fatto che con questo spirito ti presenti ai raduni di questi ragazzi. Non mi piace il tuo presenzialsmo. Non mi è piaciuto quando mi hai detto: tu non capisci il problema. Ma tu, per caso, il mio problema, lo capisci? Il problema di tua madre, che in qualche modo disprezzi, lo capisci?
Tu hai fatto le tue scelte, per le quali ogni giorno cerchi con veemenza, e te l'ho detto, una conferma da parte degli altri (probabilmente perchè non ne sei sicura totalmente), coloro che ti vivono intorno, tua figlia, tua madre, sono costretti a vivere di riflesso le tue scelte, il tuo modo di essere, pensi che non abbiano dovuto in qualche modo adattarsi?
Il succo di tutto quanto sopra detto in modo confuso, è il seguente:
Io non ho problemi rispetto a ciò che sei, a quello che hai fatto. Per me potresti aver cambiato sesso o esserti dipinta di nero per sembrare negra, o andare in giro vestita da astronauta o in topless, la cosa non mi scandalizzerebbe, non mi creerebbe problemi, non giudicherei nessuno. Quello che invece mi crea problemi è che ti ritengo responsabile, e te l'ho detto, di certi atteggiamenti di mio figlio che, ascoltandoti da quando aveva 12-13 anni, ha ritenuto che tutto gli è permesso, che tutto è facile, che tutto è giusto. Ti ha assunta a leader, anche perchè tu ti proponi così e ti insinui, e non si guarda intorno.
Per cui, maleducatamente, ho ritenuto di non voler più ascoltare ciò che dicevi da due ore, che non volevo sedere davanti a te, non volevo frequentarti.
La tua libertà di essere come sei non esclude la mia libertà di essere come sono.
Ciao, buon viaggio nella vita. Il mio viaggio, seppure in modo diverso, ti assicuro che non è stato e non è molto più confortevole del tuo.
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Piccola postilla, elaborata sotto alla doccia che, come noto, è mia fonte di ispirazione.
Mi hai parlato di discriminazione soprattutto sul luogo di lavoro, argomento che è diventato un po' il tuo vessillo.
Ho cercato inutilmente, l'altra sera, di controbbattere all'argomento, cerco di farlo ora, qui.
E' indiscutibile l'esistenza di discriminazioni varie, non solo nel campo del lavoro, soprattutto relativamente alle donne.
Metti, ad esempio, due ragazze trentenni, entrambe con le stesse conoscenze professionali, entrambe con gli stessi titoli, ad un coloquio di lavoro privato.
Una alta 1,75, 56kg di peso,fresca di parrucchiere, magari bionda, con un bell'abitino acquistato per l'occasione, l'orologino d'oro al polso e gli orecchini bonton.
L'altra alta 1.55 per 80kg, capelli lavati in casa, senza fronzoli, magari in jeans.
Chi verrà assunta?
Per cui la discriminazione esiste, ma ho l'impressione che tu non ti sia mai interessata ad essa finchè non ti ha colpita. E la strumentalizzi a tuo favore. Ho letto, tra le tue pagine, un messaggio di un uomo colpito da malattia mentale che parlava di discriminazione nei suoi riguardi, non gli hai neppure risposto. Non ti interessa.
In ogni modo mi permetto di darti un consiglio che, ovviamente, lascia il tempo che trova.
Quando fai domanda di colloquio per un lavoro invece di presentare il tuo biglietto da visita così
Francesca Eugenia
transessuale
tel.nr......
Roma
che in alcuni casi potrebbe essere la carta vincente, ma in altri quella perdente, presentati con un biglietto da visita "normale" strutturato come tutti i biglietti da visita:
Francesca Eugenia
traduttrice
tel.nr....
Roma
avrai sicuramente meno occhiatine, meno ohhhhhhhhhhhhh, meno no, avrai, insomma, un approccio normale al mondo del lavoro. E sarai, sicuramente, meno al centro dell'attenzione, cosa che invece a te piace moltissimo.
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