La finestra

Stava tornando, come ogni sera, a casa.
L’andamento lento, le spalle un po’ curve, la borsa pesante, una busta di plastica del supermercato, l’accompagnavano nel tragitto obbligatorio dalla fermata dell’autobus a casa.
Non aveva mai voluto imparare a guidare, ma ora sentiva, ogni giorno di piu’, la fatica di quel breve percorso.
Mille pensieri le facevano compagnia mentre attendeva che il semaforo le desse il via per attraversare il viale.
Deserto.
Ed era venerdi’ ed il venerdi’ lei si attardava sempre un po’ nel piccolo supermercato sotto all’ufficio per fare un po’ di spesa. Quindi il percorso del rientro era ancora piu’ solitario.
A quell’ora erano tutti rintanati nelle loro case. Era proprio un quartiere dormitorio, il suo. Nessun bar aperto dopo le 20. Niente. Nessuno per strada.
E poi era quasi novembre. E cominciava a far freddo.
Un piccolo brivido la percorse e la risveglio’ dai mille pensieri che si agitavano nella testa.
Lei pensava, pensava… non la smetteva mai di pensare. Pensava anche per gli altri, per quelli con cui non aveva grandi dialoghi. Parlava poco ma pensava. E tutti dicevano che era un po’ strana.
In quel momento pensava che quella era proprio una bella stagione. Quella che a lei piaceva di piu’.
Era bella perche’ il caldo se n’era andato ed il freddo non era ancora arrivato.
Era bella perche’ quando tornava a casa era gia’ buio.
Ed essendo gia’ buio poteva, camminando, dedicarsi ad una cosa che, fin da bambina, aveva amato fare ma che non aveva mai avuto il coraggio di confessare a nessuno: guardare dentro alle finestre illuminate. Immaginare la vita che c’era, le persone, la cena che era in tavola, i discorsi che facevano.
Le piaceva cosi’ tanto guardare quelle finestre, anche se non vedeva niente perche’ le tende le impedivano la visuale, ma la sua fantasia oltrepassava quella cortina e lei sapeva con certezza a chi appartenevano quelle ombre che intravedeva, conosceva anche i loro nomi.
Ed ogni sera erano nomi diversi, persone diverse, anche se la finestra era la stessa.
Una finestra, quella sera, attirò in modo particolare la sua attenzione. Al piano rialzato. Comoda da guardare.
La tenda non c’era. I vetri socchiusi facevano sgattaiolare fuori gli odori, i rumori, le sensazioni di quella casa.
Inconsciamente si avvicino’ di piu’. L’odore del sugo scappo’ via e l’avvolse. Un chiacchiericcio sommesso ma costante denotava la presenza di piu’ persone. Il rumore dei piatti e delle pentole indicava chiaramente che quella era una cucina, con la famiglia raccolta attorno al tavolo per la cena.
E lei pensava, avvolta da un languore e dalla malinconia.
Pensava quando anche nella sua casa, al suono della sigla del telegiornale, ci si sedeva a tavola per la cena, ed il rumore dei piatti, l’odore. E gli odori non riusciva proprio a descriverli pero’ li pensava e li ricordava perfettamente. E lei era bambina.
E pensava che a casa sua, ora, quando ci si sedeva a tavola, non si era mai al completo, il telegiornale era finito da un pezzo, il rumore dei piatti era stato sostituito dal silenzio assordante dei piatti di plastica, piu’ comodi e veloci. Gli odori non li sentiva piu’.
Ma dietro a quella finestra, quella sera, c’era tutto quello che una volta era stato suo.
Improvvisamente qualcuno si avvicino’ alla finestra, la chiuse definitivamente e tiro’ giu’ la tapparella.
Era stata tagliata fuori, estromessa dalla familiarita’ e dal calore di quella scena, scacciata.
Era un’intrusa.
I suoi pensieri, improvvisamente, cominciarono a cavalcare la sua mente, affollandosi, arrotolandosi e srotolandosi vorticosamemente, confondendola.
Lascio’ cadere la borsa e la busta della spesa che le stava tagliando una mano.
Abbasso’ gli occhi sentendosi offesa.
Di colpo raddrizzo’ la schiena e furiosamente comincio’ a battere a pugni chiusi contro quell’imposta che l’aveva cosi’ ferita.
Quelli erano i suoi pensieri nessuno poteva levarglieli cosi’ bruscamente.
Dovevano di nuovo renderla partecipe, spettatrice discreta e muta. Che male faceva?

Adesso poteva pensare quanto voleva, poteva non parlare per giorni, nessuno piu’ avrebbe pensato che era un po’ strana. Poteva cullarsi nelle malinconie e nei ricordi.
Pero’ non poteva piu’ guardare nelle finestre illuminate perche’ nell’ospedale in cui l’avevano rinchiusa la luce si spegneva per tutti alla stessa ora. Perche’ non c’erano rumori di piatti ne’ sigle di telegiornali. E allora lei le sue finestre se le costrui’ nella mente, e nessuno avrebbe mai piu’ potuto chiudergliele in faccia.